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Forum moderator: amianto  
Marcinelle 8 agosto 1956
amiantoDate: Domenica, 2026-08-09, 1:30 PM | Message # 1
Generalissimo
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A 70 anni dal disastro nella miniera belga in cui morirono 262 lavoratori, accolta l’iniziativa, partita dall’Italia, di onorarne il lascito
Marcinelle, 8 agosto 1956, l'Europa istituisce la giornata delle vittime del lavoro

L'8 agosto 2026, alle 8 e 10, al Bois du Cazier di Marcinelle la campana «Maria Mater Orphanorum», fusa ad Agnone, in Molise, batterà 262 rintocchi. Uno per ogni vittima. Settant’anni fa, a quell’ora esatta, un incendio a 975 metri di profondità trasformò la miniera in una tomba per 262 uomini: 136 italiani, 95 belgi, altre vittime di dieci nazioni diverse. Dodici nazionalità, una sola tragedia. I nostri emigrati la chiamarono la «catastròfa»: una parola metà italiana e metà francese, come quegli uomini sospesi tra due patrie. Dietro di loro, il protocollo italo-belga del 1946: cinquantamila giovani lavoratori italiani in cambio di carbone per la ricostruzione. Braccia contro combustibile. I manifesti promettevano buoni salari; la realtà furono le baracche degli ex campi di prigionia, il lavoro a un chilometro sottoterra, la polvere nei polmoni. 

Nelle miniere li chiamavano gueules noires, musi neri. Eppure quegli uomini con la valigia di cartone tenevano in piedi due Paesi. Quel mercoledì un incidente nella gabbia dell’ascensore ruppe un condotto d’olio e alcuni cavi elettrici. Una scintilla, e il fuoco divampò nelle gallerie di legno. Tragedia annunciata: una miniera vecchia, da anni in attesa di ammodernamento, con l’olio accanto ai cavi dell’alta tensione. Non fu una fatalità. Per quindici giorni le famiglie rimasero aggrappate ai cancelli. Il 23 agosto la speranza finì con due parole in italiano, «tutti cadaveri», che gelarono la coscienza dell’Europa. Ma da quel buio venne anche altro. Marcinelle fu la prima tragedia collettiva dell’Europa in ricostruzione. La Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) aveva messo in comune le materie prime della guerra per farne strumenti di pace; Marcinelle rivelò che l’integrazione economica, senza dimensione sociale, non bastava. La risposta fu immediata: la Conferenza sulla sicurezza nelle miniere e, nel 1957, l’Organo permanente della Ceca. Per la prima volta gli Stati accettarono regole e verifiche comuni nei propri pozzi. La sicurezza cessò di essere questione nazionale. Da quel seme è germogliato l’edificio dei diritti sociali europei: salute e sicurezza, tutele per i lavoratori migranti, libera circolazione, Carta dei diritti fondamentali. Da quel dolore è nata quella «cittadinanza sociale europea» che diamo per acquisita. 

I minatori del 1956 erano lavoratori ospiti, contrattati tra Stati come fattori di produzione; i loro nipoti sono cittadini europei. Questo è il debito che abbiamo verso di loro. In ottobre il presidente Sergio Mattarella ha reso omaggio alle vittime al Bois du Cazier e detto ai familiari che quel ricordo è perenne e deve essere «un monito per la storia del nostro lavoro». Dal 2001 l’Italia celebra in questa data la Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Ora quella memoria diventa di tutti gli europei. Il 21 maggio il Parlamento europeo ha approvato con 395 voti la risoluzione che chiede di fare dell’8 agosto la Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro; a fine giugno il ministro Marina Calderone l’ha portata al Consiglio Lavoro dell’Unione; il 22 luglio la Commissione l’ha fatta propria con i vicepresidenti Roxana Mînzatu e Raffaele Fitto. La decisione è presa. L’8 agosto sarà la Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro.

L’iniziativa è nata due anni fa al Cnel, dalla società civile, dal lavoro e dall’impresa, ed è diventata proposta italiana, sostenuta dal governo. A Strasburgo si sono strette tutte le delegazioni italiane, oltre i gruppi: la relatrice Chiara Gemma, le vicepresidenti Antonella Sberna e Pina Picierno, oltre a Sandro Gozi, Massimiliano Salini, Pasquale Tridico e molti altri. Nessuna bandiera di parte. Un percorso multipartisan partito dal basso: dai corpi intermedi ai governi, dai governi alle istituzioni comunitarie. Quando l’Italia si presenta unita, vince. E con lei l’Europa. Una Giornata della memoria, però, ha senso solo se orienta il presente. I numeri consegnano una verità scomoda: oltre tremila morti sul lavoro ogni anno nell’Unione, più di mille denunce di infortunio mortale in Italia. Ogni morte sul lavoro è una piccola Marcinelle, una sconfitta di civiltà. Il capo dello Stato, alla vigilia del Primo maggio, ha parlato di «una piaga che non accenna a sanarsi»: la sicurezza non consente rinunce né distinguo, la lotta all’incuria, all’illegalità, all’imprudenza riguarda tutti. Va garantita in ogni cantiere, fabbrica, campo e con una cultura che metta la persona prima del profitto. Da quella terra arriva infine un monito su una delle grandi sfide di oggi, le migrazioni. I minatori del Bois du Cazier erano migranti economici, spinti dalla fame e dalla speranza. 

Chi ha vissuto quella storia non può guardare alle migrazioni di oggi con indifferenza, ma con realismo e umanità, sapendo che dietro ogni numero c’è una persona e dietro ogni retorica, buonista o allarmista, un problema reale da governare. Diciamolo con chiarezza: di fronte alla glaciazione demografica, l’Italia e l’Europa hanno bisogno di un’immigrazione regolare e programmata, ancorata ai fabbisogni produttivi reali. Senza lavoratori non ci sono fabbriche aperte, campi coltivati, anziani assistiti, pensioni pagate. I flussi si governano però a monte: accordi con i Paesi terzi, partenariati per lo sviluppo, cooperazione con l’Africa innanzitutto. L’Africa che cresce e trattiene i propri giovani è il primo interesse strategico dell’Europa. Governare i flussi è anche una questione di sicurezza. Abbiamo visto Stati usare la pressione migratoria come arma per destabilizzare e ricattare i vicini. È la weaponization delle migrazioni, che offende due volte, i migranti che usa e gli Stati che bersaglia. Un’Europa che governa i flussi disarma questo ricatto. Una politica migratoria regge solo se è sostenibile, se giova a entrambe le sponde: un gioco a somma positiva, win-win direbbero gli economisti. Quando lo scambio diventa asimmetrico, il patto si spezza. Lo insegna la nostra storia: dopo Marcinelle l’Italia sospese le partenze verso le miniere belghe, quello scambio aveva smesso di essere equo. Nessun accordo sopravvive alla propria iniquità. 

L’Europa ha appena indicato il metodo per la gestione di questi flussi. Il 12 giugno è entrato in applicazione il Patto sulla migrazione e l’asilo: protezione delle frontiere esterne, procedure di asilo e rimpatrio certe e rapide, solidarietà obbligatoria tra gli Stati. Responsabilità e solidarietà, un equilibrio faticoso, frutto di compromesso e per questo destinato a durare. Serve inoltre una distinzione rigorosa. A chi è integrato, lavora, contribuisce, va garantita piena cittadinanza sociale; all’irregolarità, che alimenta sfruttamento, caporalato, lavoro nero, va applicato un contrasto sistematico. Chi sfrutta un irregolare offende due volte la memoria di Marcinelle: il lavoratore che sfrutta e i nostri emigrati, che quella debolezza conobbero per primi. Quei minatori erano regolari, chiamati da un accordo tra Stati, eppure privi di tutele. La regolarità senza dignità non basta, la dignità senza regole non esiste. Devono camminare insieme, sempre. L’Europa del lavoro, dei popoli, della dignità esiste, in potenza, da settant’anni: è nata nel buio di una miniera, dal sacrificio di 262 uomini di dodici nazioni. Sta a noi esserne all’altezza. L'8 agosto 2026, spenti i rintocchi della campana di Agnone, resterà un silenzio che parla a tutto il continente. Vi porteremo la gratitudine dell’Italia per i suoi figli emigrati, l’abbraccio alle famiglie, l’impegno delle istituzioni. E una certezza: la memoria di Marcinelle è il fondamento dell’Europa sociale, custodirla il modo più vero di costruire il futuro. L’Europa dei diritti e del lavoro nasce lì. L’Europa nasce a Marcinelle.
 
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